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valentina sacchetti

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January 28

archiconservatori o archisnob?

Le creazioni dei grandi studi di progettazione dividono gli esperti. Da una parte i critici che accusano: la vostra arte non serve a nulla, lavorate per voi stessi. Dall'altra i difensori: la creatività è incompresa. Grandi capolavori o inutili monumenti alla propria vanità? Il comune sentire è diventato argomento di discussione anche dentro le segrete stanze delle archistar, i vip della matita. Merito del pamphlet dell'antropologo Franco La Cecla (Contro l'architettura, Bollati Boringhieri) che si è permesso di porre una domanda controcorrente e molto semplice: siamo sicuri che le creazioni delle griffe dell'architettura internazionale non siano davvero quel che sembrano all'uomo della strada, cioè degli obbrobri? La risposta ha separato il campo in due partiti, con varie sfumature nella zona dico infine: gli archi-conservatorie gli archisnob (che naturalmente comprendono gli archìstar medesimi).
Ovvio che il primo degli archiconservatori sia lo stesso La Cecla, il quale però non dice solo che molti progetti dei più famosi studi di architettura sono delle "schifezze", ma si spinge più in là. Dico che questa architettura è morta e non ha futuro - spiega La Cecla -. Perché ha perso il contatto con la società, è diventato un genere autoreferenziale, un'arte che quindi si giustifica da sola. Dai vip fino ai piccoli studi, tutto il sistema è malato.
Disegnano senza pensare al contesto, alle persone. E le critiche non gli interessano neppure, sono come i politici: una casta. Gli architetti famosi hanno risposto alla provocazione senza sentirsi mai chiamati in causa, «io non sono una archistar» hanno detto firme del calibro di Vittorio Gregotti. L'unico che ha reagito chiaramente in difesa della categoria è stato Massimiliano Fuksas, che sul Secolo XIX ha dato a La Cecla del «frustrato, perché non è riuscito a fare lui l'architetto».
Fuksas è uno dei principi dell'urbanistica mondiale, un esponente di quella casta - che gli archiconservatori vorrebbero veder scomparire. Qualche segnale positivo (peri tradizionalisti) arriva dalla California, dove si torna a costruire guardando al contesto più che alle copertine delle riviste di settore. E di continuo i progetti delle star vengono criticati, osteggiati, a volte bloccati.
Il rifacimento dell'Ara Pacis a Roma, la famigerata pensilina di Isozaki agli Uffizi di Firenze, il ponte di Calatrava a Venezia, le torri sghembe dell'ex fiera di Milano: fiori all'occhiello dei sindaci, ma pure fonti di infinite polemiche.
Ma il partito degli archi-conservatori conta nelle sue fila altri addetti ai lavori. Tempo fa ha lanciato uno strale il preside della Facoltà di Architettura dell'Università Bovisa di Milano, Antonio Monestiroli, che ha messo in guardia i grandi architetti da un altro pericolo «esterno»: «Attenti a non essere usati come foglie di fico perle grosse operazioni immobiliari».
Le archistar, dunque, come innocenti griffe per fare soldi. Oppure le archistar come classico fenomeno pop. «L'opinione pubblica ha bisogno di celebrità, di figure simboliche - ha spiegato Fabrizio Gallanti, editorialista della rivista Abitare -. Dopo le stelle del cinema e le popstar ora tocca agli architetti famosi». - Ma anche gli amministratori pubblici si dividono tra i due partiti. Da una parte c'è Massimo Cacciari che parla di opera d'arte per il discusso ponte e sgrida una turista inciampata sulle scale (cosa che pare succeda a molti, tant'è che hanno dovuto aggiungere quattro fari). Dall'altra c'è la Regione Liguria che blocca il piano di Fuksas per il porto turistico della Margonara e del faro di Savona (già soprannominato la «banana», altezza 125 metri).
«Quel che mi è successo è la dimostrazione della difficoltà di fare architettura in Italia», ha commentato Fuksas. Già. Vittime o colpevoli? Secondo lo scrittore e architetto milanese Gianni Biondillo in fondo la responsabilità finale è di altri: «Non voglio difendere la categoria, ma la colpa è di chi commissiona quelle mostruosità», dice Biondillo che è anche autore di Metropoli per principianti (Guanda, 2008), sorta di manuale di sopravvivenza architettonica. «Non è più un problema estetico, ma etico. Gli architetti sono asserviti alle logiche del potere politico che commissionale opere e che chiede costruzioni spettacolari, perché non sa ragionare a lunga distanza, ma vede solo fino alle prossime elezioni. Accusare gli architetti è come sparare contro con gli specchi».
Al filosofo Gianni Vattimo toccherà oggi il ruolo di moderatore tra i due contendenti, Franco La Cecla e Vittorio Gregotti (di cui è appena uscito Contro la fine dell'architettura, Einaudi), in un incontro organizzato al Circolo dei lettori di Torino. Da pensatore della post-modernità e della crisi delle certezze, Vattimo sta senza dubbio dalla parte delle sperimentazioni e delle fantasie stilistiche: «Se ci fosse un gusto dominante ci sarebbe anche un potere dominante. Io preferisco l'anarchia, la libertà ditrovare nuove forme di espressione anche in architettura. Se c'è è un bene che l'architetto sia affidato a se stesso e non sia vincolato a un committente rigido come è sempre successo in passato, quando erano i sovrani a scegliere. Sì, sto dalla parte delle stravaganze architettoniche».
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